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Temo che, man mano che viene approfondita l’analisi (sacrosanta) dei contenuti del nuovo PSC, si stia perdendo di vista la visione di assieme complessiva della situazione attuale.
Ciò che dovrebbe balzare agli occhi dei cittadini, di tutti i cittadini, è che la tempistica normale che caratterizza simili eventi è stata completamente stravolta, in modo quanto mai sospetto. Infatti, dato per assunto che l’adozione di un PSC risulta senz’altro una manovra “forte”, che potrebbe essere equiparata, a livello nazionale, ad una riforma di un intero comparto, o di importanti assetti istituzionali dello Stato, da che mondo è mondo queste iniziative “forti” vengono intraprese all’inizio della legislatura, quando l’amministrazione è legittimata da un incontestabile consenso espresso dai cittadini: diciamo che “è il consenso che induce l’iniziativa” . Mi pare che i fattori dell’equazione si siano ora invertiti: la presentazione una iniziativa forte in chiusura di legislatura porta alla conclusione che “è l’iniziativa che induce (o vorrebbe indurre) il consenso”. Una merce di scambio (i tasselli all’interno del PSC ci sono tutti), offerta ai cittadini, in forma singola e/o associata, che rappresenta una pressione che può spingersi fino ad ipotesi meno blande.

In questo contesto le reazioni di cittadini e categorie assumono le caratteristiche più variegate, al punto che alcuni di questi soggetti hanno un comportamento talmente altalenante, da portare a pensare ad una strana “sindrome di Stoccolma”, che li porta a solidarizzare con chi sta sventolando sotto il loro naso future opzioni pianificatorie, in nome del vecchio detto del bastone e della carota.

Sindrome di Stoccolma appunto, se non peggio.

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